Utah Jazz, da dove ripartire per il futuro?

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L’immagine di Donovan Mitchell steso a terra disperato alla fine di gara 7 persa dai suoi Utah Jazz contro i Denver Nuggets resterà probabilmente indelebile per parecchi anni nella memoria sua e di tutti i tifosi della franchigia di Salt Lake City, ma non solo, perché la sua delusione ha toccato ovviamente tutti visto la dedizione e l’intensità che Spida mette in campo in ogni partita. Una delusione che rischia però anche di minare il futuro della squadra.

Al sesto anno in panchina Quin Snyder è riuscito ancora una volta a portare la squadra a giocare un’ottima regular season, senza però riuscire a replicare i risultati anche nei playoffs: le due uscite consecutive alle Semifinali di Conference prima e al Primo turno poi, mostrano che alla franchigia manca ancora qualcosa che l’arrivo di Mike Conley non è bastato a colmare. Chiaramente non è possibile fare un processo a una squadra che seppur sfavorita è andata a un tiro da tre sputato dal ferro di Conley per passare il turno, in una gara 7, ma è altrettanto vero che sopra 3-1 nella serie (piuttosto a sorpresa a dire il vero) e con l’inerzia a loro favore i Jazz non sono riusciti a concludere, mancando tantissime opportunità.

La consacrazione di Mitchell a stella

La serie ha confermato inequivocabilmente che Donovan Mitchell è un All-Star e un uomo attorno al quale costruire una franchigia. I suoi numeri in attacco sono stati mostruosi con gara 2 e gara 3 in cui ha letteralmente trascinato i compagni alla vittoria, ma anche in difesa ha fatto vedere di non avere paura di prendere l’avversario più pericoloso e in gara 7, infatti, ha limitato tantissimo Murray con una difesa aggressiva e fisica, da vero leader.
Spida assomiglia sempre di più a Dwyane Wade per capacità di attaccare il ferro, prendersi falli, giocare con cattiveria agonistica e salire sul palcoscenico quando serve per far aumentare il livello dei compagni. Com’è stato per Wade, però, anche lui necessita di un altro All-Star vicino per poter competere ai più alti livelli?

Mitchell è il futuro dei Jazz?

Quello che sarà da capire non è tanto la volontà della franchigia di blindarlo per tutta la carriera, che è scontata, ma la sua voglia di restare in un mercato come quello di Utah, con tutti i pregi e i difetti che ci possono essere. Prima di lui anche Gordon Hayward ha vissuto lo stesso dilemma e alla fine ha scelto di andarsene per cercare maggiori fortune ai Boston Celtics.
La prossima stagione Mitchell sarà all’ultimo anno di contratto da rookie da poco più di 5 milioni (sì, sembra incredibile che possa essere ancora considerato un “rookie” salarialmente) ma eleggibile per firmare l’estensione contrattuale che sarà, senza dubbio, un max contract da circa 170 milioni di dollari in 5 anni. Accetterà? O sceglierà di diventare restricted free agent l’estate successiva “costringendo” la franchigia a guardarsi attorno per una possibile trade?

Gobert, Conley e gli altri bastano?

Che uno dei problemi dei Jazz sia il supporting cast e la profondità della panchina è un dato accertato. Il core è solido e anche costruito bene, con un giocatore d’area come Rudy Gobert che in questa serie è stato veramente dominante mostrando grandi miglioramenti; nell’estate 2021 però sarà unrestricted free agent ed eleggibile per la supermax extension da 250 milioni in 5 anni e Utah dovrà decidere se legarsi indissolubilmente all’All-Star francese per il futuro o se cercare di cederlo già quest’anno per ottenere qualcosa in cambio.
Almeno un’altra stagione in casa Jazz la dovrebbe giocare anche Conley che ha una player option sul suo ultimo anno di contratto e che, dopo una regular season in cui aveva faticato a trovare il suo ruolo, in questi playoffs è stato decisivo al fianco di Mitchell. Anche per lui, però, il futuro sembra lontano da Salt Lake.

Ingles, O’Neale e Bogdanovic sembrano tre giocatori molto adatti a giocare nel sistema Snyder, che prevede tanti passaggi, movimento di uomini e palla, penetrazioni e scarico. L’assenza per infortunio del croato ha pesato tantissimo nell’economia della squadra che non aveva un suo sostituto all’altezza. Resta da capire, però, se siano abbastanza per chiudere un quintetto in grado di andare avanti nei playoffs.

Jordan Clarkson ha dimostrato di essere un giocatore adatto a cambiare il ritmo offensivo della squadra dalla panchina e se dovesse accettare delle cifre di rinnovo non troppo elevate potrebbe essere confermato come leader della second unit. Poi servirà dell’altro, qualche veterano in grado di dare quell’esperienza e quella tranquillità che è totalmente mancata una volta che Utah si è trovata sopra 3-1 nella serie contro Denver. E magari un altro giocatore in grado di produrre punti da situazioni di 1 contro 1 e non da gioco di sistema.

Le scelte per Utah non saranno facili e rischiano di essere decisive non solamente per il futuro prossimo ma anche per quello a lungo termine della franchigia.

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