Settimana NBA: Cavaliers e Clippers sugli scudi, Celtics e Pelicans outsider ai playoff, Heat e Thunder a fondo

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Best of the East

 

Best Team: Cleveland Cavaliers

Se gli Hawks sono stati i padroni indiscussi della prima parte di stagione e hanno consolidato a tal punto la loro posizione da terminare primi in Eastern Conference, i Cavaliers certono non possono lamentarsi di un secondo posto conquistato prepotentemente sul finire della regular season, in particolare a cavallo dell’All-Star Game. I mesi di febbraio e marzo hanno visto una produzione media di 106 punti a partita, con un net rating superiore ai 9.5 punti di media, ed hanno scritto un record di 19 vittorie e soltanto 7 sconfitte, decisivo per incrementare lo score finale a 53 successi e 29 KO. Se ci fosse bisogno di ricordarlo, il leader di squadra è stato LeBron James, che ha infilato l’ennesima stagione esaltante (25.3 punti, 6 rimbalzi e 7.4 assist), anche se, molto probabilmente, quest’anno non sarà della contesa per il titolo di MVP. Kyrie Irving ha prodotto una stagione offensivamente rilevante da 21.7 punti a partita, mentre Kevin Love non sembra ancora tornato ai livelli di Minnesota. Il primo turno di playoff pone di fronte gli scatenati Celtics di questo finale di stagione. Pura formalità o serie combattuta? Dipenderà tutto da Cleveland.

Best Player: Isaiah Thomas

La corsa dei Celtics per raggiungere gli insperati playoff, per altro da settima forza della Eastern Conference e con un record a ridosso del 50% (40-42), è strettamente intrecciata a quella di Isaiah Thomas al premio di Sixth Man of the Year. Le strepitose 21 partite giocate da Thomas con la maglia di Boston, comprendenti 19 punti, 5.3 assist ed un plus/minus di +5.5 in 25 minuti di media sul parquet, hanno portato a 15 vittorie ed appena 6 sconfitte, di cui 7 successi su 8 gare disputate nel decisivo mese di aprile. Thomas ha segnato 68 punti totali nei minuti decisivi dei match da lui disputati, il massimo per un sesto uomo quest’anno, con un offensive rating, sempre nei clutching moments, di ben 120.9 punti ogni 100 possessi e una percentuale reale al tiro del 63.1%. Numeri fantastici, che si aggiungono a quelli dei biancoverdi dell’ultimo periodo: i Celtics, nel mese di aprile, hanno segnato 105.9 punti a partita (19.3 per Thomas), 8.8 in più di quanti ne hanno subiti, legittimando la possibilità di giocarsi tutto nei playoff contro i Cavs al primo turno. Proibitivo, certo. Ma almeno Boston è viva, di nuovo.

 

Best of the West

 

Best Team: Los Angeles Clippers

I Warriors sono stati la miglior squadra della Lega praticamente per l’intera stagione e, meritatamente, hanno chiuso al primo posto nella temeraria Western Conference con il miglior record NBA. Chi, però, ha messo il turbo in questa seconda parte di regular season, guadagnandosi il terzo posto in graduatoria ed un forte timore dei campioni NBA in carica, gli Spurs, che dovranno affrontare nel primo turno di playoff, sono i Clippers. Dopo un mese di febbraio difficile, tra marzo e aprile Los Angeles ha messo in fila praticamente ogni avversario, vincendo 18 delle 23 gare giocate, con bottino pieno di 7 successi senza sconfitte in aprile. Un fenomenale attacco da 106.7 punti a partita, 109.8 ogni 100 possessi, non può che spaventare anche la terza miglior difesa, di San Antonio. Il trio delle meraviglie dei Clippers, che comprende un Blake Griffin da 21.9 punti di media e un DeAndre Jordan da 15 rimbalzi e 2.2 stoppate a partita, è guidato da un maestoso Chris Paul da 19.1 punti e 10.2 assist di media. Sarà proprio Paul l’uomo decisivo per scardinare la retroguardia degli Spurs. I Clippers faranno l’impresa?

Best Player: Anthony Davis

Anthony Davis,   New Orleans Pelicans - Immagini fornite da Panini SPA
Anthony Davis, New Orleans Pelicans – Immagini fornite da Panini SPA
Se i Pelicans, fin dall’inizio di questa stagione, hanno potuto lottare per qualcosa di grande è soprattutto grazie ad Anthony Davis. Se i Pelicans si sono guadagnati incredibilmente i playoff, recuperando i Thunder nel finale di stagione ed arrivando ad impattare il loro record a quota 45 vittorie e 37 sconfitte, è soprattutto grazie ad Anthony Davis. Se i Pelicans hanno il vantaggio negli scontri diretti contro i Thunder, è solo grazie ad Anthony Davis e alla sua tripla incredibile che ha stampato OKC, 116-113 a domicilio, nel mese di febbraio. Giusto per far capire quanto è decisivo il classe ’93 da Kentucky. La sua stagione è stata a dir poco meravigliosa, soltanto leggermente condizionata dagli infortuni che l’hanno tenuto lontano dai parquet per 14 delle 82 partite stagionali. Tra marzo e aprile, i mesi decisivi per la rimonta di New Orleans, queste sono le medie di Davis: 25.1 punti, 10.1 rimbalzi e 3.5 stoppate a partita, parte di una regular season da 19.3 di PIE, quasi il doppio della media NBA. Davis è un fenomeno, ma contro i Warriors, nel primo turno di playoff, servirebbe una squadra di Davis per poter competere.

 

Best of the Rest

 

LE OTTO REGINE D’ORIENTE: gli Hawks alla miglior stagione nella storia della franchigia toccano quota 60, i Cavaliers restano i favoriti dell’Est, i Bulls un’incognita sempre molto pericolosa, i Raptors di un soffio sotto le 50 vittorie più carichi che mai, i Wizards pronti ad essere la sorpresa del raggruppamento, i Bucks possono giocarsela con Chicago e fare il botto, Celtics e Nets senza troppe pretese, ma con la voglia di confermare l’ottimo finale di stagione.

LE OTTO INDIAVOLATE DEL FAR WEST: che meraviglia! Warriors squadra da battere, anche se sembrano imbattibili, Rockets inseguono con un Harden da Oscar, Clippers maestosi nel finale di stagione, Grizzlies in ripresa, con i playoff per confermarlo, Spurs mai domi, mai vinti, mai finiti, Blazers in calo, ma sempre caldi quando conta, Mavericks con l’opportunità di stupire chiunque ed arrivare in fondo, Pelicans già grati di essere arrivati qui.

 


 

Worst of the East

 

Worst Team: Charlotte Hornets

Non è bastato l’entusiasmo sfrenato di inizio stagione, il ritorno alla nomea di Hornets, l’arrivo di Lance Stephenson che avrebbe permesso un decisivo salto di qualità. 33 vittorie e 49 sconfitte hanno demolito qualsiasi tipo di speranza di Charlotte e l’hanno relegata all’undicesimo posto di Eastern Conference. Si sapeva che gli Hornets non avevano certo il miglior potenziale offensivo della Lega, ma chiudere da terz’ultimo attacco complessivo, con soli 94.2 punti segnati a partita (97.6 ogni 100 possessi, è ben altra questione. Difensivamente la squadra si è comportata molto meglio, subendo appena 97.4 punti a partita, settima in NBA, ma, comunque, il plus/minus è negativo di oltre 3 punti. La stagione ondivaga di Kemba Walker, partito alla grande e spentosi alla distanza, quella sottotono di Al Jefferson (16.6 punti e 8.4 rimbalzi) e l’assenza di un vero e proprio go-to-guy non nasconde la vera delusione per gli Hornets: un Lance Stephenson da 8.2 punti, 4.5 rimbalzi e 3.9 assist, che si ricorderà soltanto per la sua percentuale da oltre l’arco (17.1%). La peggiore di sempre, con almeno 100 tentativi.

Worst Player: Goran Dragic

Gli Heat di certo non potevano sperare che si ripetessero le fantastiche stagioni passate, dopo il ritorno nell’Ohio di LeBron James. Il problema al polmone di Chris Bosh, poi, non ha di certo facilitato le cose, lasciando il solo Dwayne Wade a lottare per ottenere almeno i playoff. L’arrivo di Goran Dragic da Phoenix, però, sembrava poter restituire una speranza alla franchigia della Florida. Nessuna speranza, però, si è avverata, anzi. Lo sloveno, Most Improved Player dell’anno passato, ha abbassato terribilmente le sue medie della scorsa regular season: 16.3 punti (< 20.3), con 50% al tiro, confermatosi, e il 32.9% da oltre l'arco (< 40.8%), cui aggiunge 4.5 assist (< 5.9) e un PIE di appena 11.1 (< 13.4). Miami ha chiuso con uno dei peggiori attacchi della Lega, a quota 94.7 punti a partita, costruendo appena 19.8 assist di media, il peggior risultato in NBA quest’anno. Inoltre ha perso ben 5 delle 8 decisive partite giocate in aprile, perdendo la possibilità di strappare un biglietto per la post-season e chiudendo al decimo posto ad Est con 37 vittorie e 45 sconfitte. Un disastro, come la stagione di Dragic.

 

Worst of the West

 

Worst Team: Oklahoma City Thunder

Si potrebbe di certo chiamarla sfiga. Una squadra che, per un bel pezzo di stagione, ha dovuto fare a meno di entrambe le sue stelle, Russell Westbrook e Kevin Durant, e, proprio mentre il primo era tornato a fare faville, perde il secondo per tutto il resto della stagione, non può essere di certo fortunata. La stessa cosa si può dire di una squadra che si è vista fuori dal treno playoff per una tripla tanto fenomenale quanto fortunata allo scadere di una normale partita di regular season. Si può dire, però, che, ad esclusione di un Westbrook demoniaco da 28.1 punti di media (miglior realizzatore NBA), oltre a 7.3 rimbalzi e 8.6 assist, e di un Enes Kanter integratosi molto bene nel nuovo gruppo e che ha chiuso in doppia-doppia di media le sue prime 26 partite ad OKC (18.7 punti e 11 rimbalzi), è stato il vuoto. Le decisioni di prendere Dion Waiters e lasciar partire Reggie Jackson, cui si aggiunge una off-season fantasma come la scorsa, sono state evidentemente troppo pensati per fare i conti con la sorte. E 3 vittorie nelle ultime 8 partite di aprile certo non possono essere un dato a favore dei Thunder.

Worst Player: Eric Bledsoe

Eric Bledsoe,   Phoenix Suns - Immagini fornite da Panini SPA
Eric Bledsoe, Phoenix Suns – Immagini fornite da Panini SPA
L’anno scorso la sua ottima stagione era stata oscurata, oltre che dall’infortunio che ne aveva compromesso l’utilizzo, da un Goran Dragic stellare. Ristabilitosi, con i Suns più che mai vogliosi di arrivare a quei playoff sfuggiti per un soffio l’anno passato, con un Isaiah Thomas in più a dar man forte e 70.000.000 di motivi (o di dollari, in cinque anni) per fare ancora meglio, non sono bastati ad Eric Bledsoe per dar ragione dell’incredibile sforzo economico fatto da Phoenix per trattenerlo. Da quando, poi, i compagni di giochi sono volati l’uno a Miami e l’altro a Boston, per i Suns è stata la fine: tra febbraio ed aprile la franchigia dell’Arizona ha vinto 11 partite e ne ha perse ben 22, uscendo completamente dalla lotta per la post-season e chiudendo addirittura la stagione con un record negativo (39-44). Se le medie di Bledsoe non sono così malvagie (17 punti, 5.2 rimbalzi e 6.1 assist), sicuramente non esprimono a pieno quanto poco è stato decisivo per le sorti di Phoenix, che ha lasciato ancora una volta delusi i suoi sostenitori. E la stella di Bledsoe non è più così scintillante.

 

Worst of the Rest

 

LA GIUNGLA DEGLI ORRORI DELL’EST: Pacers combattenti e da applausi per la grinta, Heat penalizzati da scelte e infortuni troppo pesanti, Hornets disastrati e disastrosi nonostante una qualità da playoff, Pistons mai in grado di maturare a dovere e far fruttare il proprio talento, Magic senza idee e senza troppe pretese, Sixers al tanking più estremo visto ultimamente, attendono il futuro con ansia, Knicks da 65 sconfitte. Diciamo che il dato può bastare come commento.

LE OTTO ESCLUSE DELL’OVEST: Thunder buttatisi al vento quando sembravano al traguardo, Suns in crisi d’identità e senza una gioia da troppo tempo, Jazz combattivi come mai nel passato recente, ma manca una stella per sbancare, Nuggets in caduta libera, con un Gallo super per sperare l’anno prossimo, Kings che praticamente si dovrebbero chiamare DeMarcus Cousins, Lakers mai così tragicamente in basso, Timberwolves peggior squadra della Lega. Ma con un futuro, forse, roseo all’orizzonte.

*Immagini fornite da Panini SPA

1 commento

  1. Due parole su alcune delle escluse.
    – la mia simpatica Phila prenda esempio dai Celtics: si può ricostruire anche senza rendersi ridicoli (troppo tranchant?)
    – è chiaro che non c’è modo di avere un riscontro, ma senza l’infortunio di Jennings a mio modo di vedere Detroit poteva giocarsela per un posto ai PO.
    – dei Suns continuo a non capire perchè hanno dato via Thomas
    – ok, Minnesota ultimo posto, ma anche falcidiata da infortuni: Martin ha giocato 39 partite, Pekovic 31, Rubio 22. Possono piacere o meno, ma se ad una squadra togli per metà e più RS play, centro e SG titolari logico che vanno molto a sud.

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