Ricky Rubio: luci e ombre della Spanish dynamo

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Uno sguardo fulmineo, un palleggio sinuoso, un piede di troppo; la scarpa si contorce a pochi centimetri dal parquet e il faro sincopato dei Minnesota Timberwolves ricorda la proverbiale cecità della buona sorte. La fortuna gira le spalle ai cultori dei flying-circus e sdraia sul parquet di Orlando il direttore d’orchestra quando la penna che ha siglato la sua estensione contrattuale è ancora calda.
Cinque anni di sogni, sessanta mesi di progetti, trenta secondi di dejavù. Ricky Rubio si contorce nel dolore di un arto stravolto: urla, impreca, maledice. La caviglia sinistra si gonfia: altre lastre, nuovi esami, infiniti dolori.

Il referto dei medici scioglie i ghiacci del panico, ma inchioda la stagione del riscatto a uno stivaletto di gesso, fedele compagno di un cammino sghembo; tre settimane di riposo assoluto e cinque di riabilitazione, bacchetta e spartiti a Mo Williams e viaggio nei bassifondi della Western Conference per i Minnesota Timberwolves.
Welcome back to the NBA, Mr. Rubio!

UNA FIRMA PESANTE

L’incidente di Orlando ha posto fine a uno dei capitoli più tortuosi ed esaltanti della vicenda professionale di Ricky Rubio. Dopo la tremenda delusione della FIBA World Cup, Flip Saunders e i Minnesota Timberwolves hanno deciso di premiare la loro bizzarra point-guard con un’estensione pesante: nella stagione 2014-2015 Rubio guadagnerà 4.660.749$, ma nelle quattro annate successive il suo conto in banca si rimpinguerà con 55 milioni di dollari.
La dirigenza dei Wolves ha dimenticato i dubbi legati alla rottura del legamento crociato e le sofferenze di una riabilitazione massacrante. Flip Saunders ha apprezzato la dedizione del ragazzo e ha letto nei suoi occhi il desiderio di recuperare le sensazioni di un debutto folgorante; avrà visto giusto?

UN FARO SINCOPATO

Alla fine dell’estate più lunga del Minnesota, i Timberwolves hanno scommesso sull’asset più improbabile e sorprendente che il baloncesto iberico abbia offerto all’NBA negli ultimi anni: una dinamo travolgente e imprevedibile, una marcia latina di accelerazioni e tonfi, un miscuglio esplosivo di talento e limiti, un faro sincopato.
Ricky Rubio riempie le bocche degli appassionati e i fogli degli scout da più di dieci anni: dopo che le sue prestazioni giovanili hanno inciso sui libri statistici della palla a spicchi record talmente assurdi da sembrare incomprensibili, l’epifania della prima multi-tasking guard del basket europeo ha sconvolto le gerarchie anagrafiche del Vecchio continente e ha stregato le ramblas. Il prodigio ha lucidato il parquet del Palau Blaugrana con assist impensabili e ha tracciato ragnatele in ogni angolo della metà campo difensive per fare incetta dei palloni avversari, ma non ha mai fatto mistero del suo inspiegabile tallone d’Achille: le pupille che sezionano ogni spicchio dell’area non inquadrano l’anello più importante e i polpastrelli che dipingono passaggi sublimi non sanno indicare al pallone la via del cotone. Tutti gli allenatori conoscono il suo punto debole, ma nessuno riesce a estrarre la freccia giusta; Ricky domina l’attacco e il Barcellona incanta, Rubio guida la difesa e il contropiede esplode, la bacchetta del ventenne si muove e i ritmi salgono o scendono come in un vortice tecnico. Il ragazzo vola sul crepaccio del vuoto: non immagina che una squadra greca gli sta per opporre la sua nemesi.
Il Panathinaikos! Il duro orgoglio dei greci, la cocciuta solidità dei vincenti.
Obradovic lancia la sfida: un muro di vuoto si spalanca davanti alle sue mani e una catena di maglie verdi sigilla le linee di passaggio. Rubio tira, ma i palloni si schiantano sui ferri di Barcellona e le speranze blaugrana si sgonfiano a OAKA. Il giocatore più folgorante e innovativo d’Europa mostra il lato oscuro del suo fascino: il faro non travolge più le platee con la baldanza di una marcia inarrestabile; si accende e si spegne, ma la sua luce sincopata attrae le attenzioni dei naviganti NBA. La dirigenza del Minnesota vede nelle incursioni cestistiche di Ricky l’innesco perfetto per la fionda ineffabile di Kevin Love: le pietre che spara dall’arco non sono un problema.
“Se c’è riuscito Rondo…” La scommessa sorride ai Timberwolves: Ricky e Kevin formano una coppia perfetta e portano una franchigia in bilico sotto i riflettori degli highlight films.
Poi, il vuoto.
Un appoggio sbagliato e un asse beffardo, un giro secco e un grido disperato: il ginocchio cede e il legamento crociato si rompe. Rubio si ferma ai box per nove mesi e registra le sensazioni del suo corpo, ma non cambia il rapporto col ferro; non perde il ritmo dello sguardo e la capacità poliedrica di incidere sul gioco, ma le sue mani restano vuote di punti. Le statistiche del 2013-2014 non mentono: Ricky ha un principesco rapporto fra assist e numero di possessi giocati, ma chiude l’anno con il 38% dal campo. Conosce i segreti alchemici di ogni palmo del campo per visione intellettuale, ma gli spazi aperti smarriscono i suoi sensori con il vuoto di una parabola storta: converte i tiri da tre punti con il 32%, ma ignora il mid-range e non ha abbastanza forza per chiudere le penetrazioni al ferro. Le sue scorribande asincrone ricordano le irruzioni surreali di Rajon Rondo, ma non gridano la veemenza atletica del faro stroboscopico dei Celtics; questo coacervo di promesse e problemi giustifica 55 milioni di dollari?

L’UOMO GIUSTO? YES SIR!

Il roster di Minnesota e le intenzioni di Flip Saunders fugano parecchi dubbi: una squadra giovane, brillante, atletica e improbabile come i Timberwolves ha bisogno di un leader capace di sfidare le leggi della ragione e i principi della fisica. I passaggi allucinanti di Ricky Rubio promettono voli pindarici alle ali formidabili di Andrew Wiggins e annunciano decolli spaziali alla forza esplosiva di Zach LaVine; la visione cestistica di un iniziato del gioco annuncia il riscatto ad Anthony Bennett e solletica l’orgoglio di Thaddeus Young; lo spirito europeo della Spanish dynamo traccia ponti suggestivi con lo spirito solido di Nikola Pekovic e con l’animo globale di Gorgui Dieng. Il talento raw di Minnie si esalta nelle improvvisazioni sublimi del miglior Rubio ed esplode sulle traiettorie illeggibili delle sue imbeccate; Ricky è l’innesco perfetto per una miscela di esplosività e furore ritmico che si accende in difesa e deflagra in attacco poiché il suo cilindro è gonfio di soluzioni e risolve i problemi tecnici dei giovani con risposte affascinanti. L’atmosfera di Minneapolis non opprime le sue idee con il fardello di una responsabilità vincente: dopo la trade di Kevin Love nessuno si aspetta i Timberwolves ai Playoffs, mentre gli appassionati osservano con curiosità le prime mosse dei ragazzini terribili di Flip Saunders. Se solo non ci fossero i problemi fisici… Se la caviglia sinistra non si mettesse di mezzo… E se fosse…

… L’UOMO SBAGLIATO? WHY NOT!

L’infortunio di Orlando ha dimostrato che Rubio non ha ancora chiuso il conto con la sfortuna? Gli scaramantici e gli amanti delle sue sinfonie rapsodiche non hanno dubbi, ma qualche nube aleggia sul profilo entusiasmante di questo enorme e controverso talento del basket iberico: dopo la rottura del crociato, Ricky non ha mai recuperato la condizione straripante che aveva mostrato nei primi mesi del suo noviziato NBA e ha mostrato momenti di comprensibile esitazione. Le titubanze del recupero segnano tutti gli atleti che subiscono gravi incidenti di gioco, ma uno spirito elettrico e imprendibile come quello della Spanish dynamo ha bisogno di tutta la sua identità per superare i tremendi limiti del suo bagaglio offensivo: una faretra così ristretta richiede dosi di genio ed esplosività che solo una mente e un corpo tarati sul ritmo più irripetibile della lingua cestistica iberica possono offrire. Senza l’imprevedibilità dei suoi giorni migliori, Rubio non può essere una superstar, ma anche se tornasse l’incantatore di platee del rookie year avrebbe parecchie montagne da scalare: nella sua carriera ha sempre avuto compagni forti e carismatici, capaci di gestire lo spogliatoio e di affrontare le sfide decisive a testa alta; riuscirà a essere se stesso anche senza l’ombrello protettivo di un leader come Navarro o lontano dall’infinito bagaglio tecnico di Kevin Love? La gestione del nodo-Obradovic e i problemi di lettura tattica che le più recenti esperienze europee hanno messo in luce gettano lunghe ombre sulle sue reali capacità di conduzione di una squadra, ma il tempo e gli scenari della Lega depongono a suo favore: Rubio ha solo 24 anni e si trova al timone di una squadra giovanissima. L’estensione contrattuale che gli ha assicurato la maglia dei Wolves per altri cinque anni è pesante, ma può essere legittima; i suoi tifosi e gli appassionati dello showtime non possono che incrociare le dita e sperare che gli infortuni smettano di tormentare le sue articolazioni.

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