Quando manca ormai solamente un giorno alla deadline per le trade nella NBA, le acque iniziano a farsi sempre più agitate e come sempre succede, a ridosso della pausa per l’All-Star Game si vengono a creare intrecci delicati ma importanti per il futuro della Lega e delle squadre.
Se negli anni scorsi nelle ultime ore si era assistito al passaggio di Iverson da Philadelphia a Denver (matrimonio andato male), di Gasol da Memphis ai Lakers (matrimonio andato benissimo), quest’anno ci sono già state un paio di trade importanti che potrebbero anche cambiare l’andamento delle due conference: Leggi tutto… »
Dopo meno di un mese dall’inizio della regular season è veramente difficile fare una previsione a lungo termine o dare dei giudizi sulle squadre in quanto con 4 o 5 vittorie/sconfitte la situazione si ribalterebbe e tutti i nostri discorsi andrebbero cancellati; è anche vero però che possiamo anche se solo in minima parte, schiarirci un po’ le idee sulla situazione attuale, e magari sbilanciarci anche un pochino sulle forze viste in campo prendendo in esame quello che si diceva all’inizio della stagione delle varie franchigie e delle sei Division (o delle 2 Conference). Leggi tutto… »
Non è per nulla semplice avere informazioni dettagliate e interne alle squadre NBA, ecco che quindi quando ci sia imbatte in una intervista così dettagliata e ben fatta come quella a Dave Deckard, uno dei giornalisti più vicini ai Portland Trail Blazers, redattore di BlazersEdge.com e presenza fissa nel Radio-Podcast di TrailBlazers.com, non si può far a meno di leggerla e volerla riportare.
Un applauso quindi a Mookie che per il suo blog (Do The Right Thing) ha contattato il giornalista e ha pubblicato in esclusiva l’intervista intera spaziando dall’allenatore, ai giocatori, ai movimenti di mercato futuri, all’esperienza fatta nei playoff. Leggi tutto… »
Nelle “gare 1″, giocate tra la notte del sabato e della domenica ci sono stati ben quattro capovolgimenti del fattore campo, con Dallas vincente sugli Spurs, Houston su Portland, e soprattutto Chicago su Boston e Philadelphia su Orlando. Analizziamo allora i possibili motivi delle sconfitte.
Mavs-Spurs 105-97
La forma fisica e mentale in questa parte della stagione conta moltissimo: Dallas ha chiuso la regular season salendo di colpi e si è confermata in questa gara 1 andando a vincere sul campo degli Spurs. I neroargento al contrario, senza Ginobili, sembrano stanchi e forse in calo fisico nel suo uomo di riferimento Tim Duncan. Fattore X: l’uomo in più dei Mavs è stato sicuramente JJ Barea; il messicano ha spaccato in due la partita nel quarto quarto portando i suoi alla vittoria nonostante un Dirk Nowitzki limitato dai falli.
Rockets-Blazers 108-81
La differenza di esperienza si è vista eccome! Nessun Blazers ha mai affrontato i playoffs NBA e l’emozione e l’intensità hanno tradito Roy e compagni. Portland, con un gruppo molto giovane, gioca molto sulle emozioni, e con un inizio di serie così traumatico la strada per Houston sembra in discesa. Fattore X: il valore aggiunto dei razzi è stato certamente Aaron Brooks; se il giovane play di Oregon College continuerà ad essere così prolifico in attacco i suoi rockets potranno fare parecchia strada in questa post-season.
Bulls-Celtics 105-103
La settima che batte la seconda non si vede spesso! I Bulls hanno sorpreso Boston, priva di Garnett probabilmente per tutta la serie, in una gara 1 a cui sono sempre stati attaccati con orgoglio e fame di vittoria. Sicuramente nessuno chiedeva ai tori di venire a vincere al TD Bank North Garden, ma la cattiveria e la voglia messa dai ragazzi di Vinny Del Negro sembra far pensare il contrario. Sicuramente per i Celtics l’1 su 12 al tiro di Ray Allen non si ripeterà, a neanche l’errore nell’ultimo tiro libero di Paul Pierce… in ogni caso questi Bulls hanno fatto capire di non voler andare in vacanza troppo presto. Fattore X: Derrick Rose! Dominante! Solo questa parola può in parte far capire la sua prestazione nel suo esordio ai playoffs NBA: 36 punti, 11 assist, 4 rimbalzi; coach Rivers deve trovare presto una soluzione!
Sixers-Magic 100-98
Nonostante il ritorno di Hedo Turkoglu, certamente non al top della condizione (e sto usando un eufemismo), i Magic perdono abbastanza clamorasamente gara 1 sul parquet amico. I Sixers dal canto loro hanno dimostrato di valere la post season, giocando un ultimo quarto spaventoso (35-19) e portando a casa il primo “round” con un buzzer beater di Andre Iguodala. I Magic, nonostante la presenza di Howard (31 e 16 rimbalzi), sono troppo legati alle percentuali dal perimetro, e il 5 su 18 di gara 1 non poteva dare la vittoria. Fattori X: Louis Williams che contribuisce con 18 fondamentali punti dalla panchina; Andre Iguodala che sfiora la tripla doppia (20, 8 e 8 ) e soprattutto infila il canestro del sorpasso sulla sirena; la pessima partita di Turkoglu in condizioni fisiche veramente precarie.
Le settimane appena trascorse nalla NBA sono state caratterizzate dalla lingua spagnola, e non solamente perché alcune delle franchigie vicine al confine messicano hanno celebrato come ogni anno con le magliette con i nomi modificati, ad esempio i Los Spurs o i Los Suns o ancora i Los Mavs, ma anche perchè tre degli iberici che giocano nel massimo campionato americano hanno fatto registrare grandissime prove.
Pau Gasol: nelle ultime cinque partite (vale a dire dal 19 marzo a oggi) ha fatto registrare altrettante doppie-doppie, coincise sempre con una vittoria dei suoi Lakers: 21+14 con Golden State, 23+10 con Chicago, 14+14+7 assist con Oklahoma City, 12+11 con Detroit e 36+11+7 assist + 2 rubate + 2 stoppate contro New Jersey.
Le medie stagionali sono sempre in linea con quelle dei primi tempi a Memphis che l’avevano fatto diventare prima il miglior Rookie dell’anno e poi un’All-Star (nel 2006 la sua prima apparizione alla partita delle stelle e quest’anno la seconda), con 18.9 punti, 9.5 rimbalzi e 3.6 assist ha trascinato Los Angeles in vetta alla Western Conference.
Marc Gasol: il fratellino del sopracitato Pau ne sta seguendo le orme, l’inizio a Memphis non è stato facile essendo una delle peggiori squadre dell’intera Lega, ma il fatto di avere molti minuti a disposizione è stato sicuramente un bene per l’ex Barcelona che è riuscito a integrarsi molto bene nel gruppo, adattandosi ai ritmi Nba. All’inizio del mese di marzo Marc ha messo a referto tre partite davvero ottime, la prima chiusa con 17+14 contro i Lakers, la seconda 20+8+10 assist con i Clippers! mentre la terza 30+13 contro Philadelphia; il 27 marzo, poi, contro Sacramento la sua squadra è tornata alla vittoria grazie anche ai suoi 27 punti frutto di un 8/12 dal campo e un 11/11 ai liberi. La media stagionale parla di 11.6 punti e 7.4 rimbalzi, cifre che hanno messo sull’attenti parecchie altre squadre.
Rudy Fernandez: Dopo un brillante inizio Rudy ha incontrato qualche difficoltà al tiro che gli ha fatto perdere un po’ di fiducia e qualche minuto nei suoi Blazers, nell’ultima settimana però, tornato dopo la brutta caduta subita per il fallo di Ariza contro i Lakers, l’ex Badalona è tornato ad avere la mano caldissima, aiutando Portland a mantenere un buon record che nella Western Conference significa poter ambire ancora la 3° posto assoluto: nella partita contro Philadelphia Fernandez ha messo a segno 4 triple su 9 tentativi per un totale di 19 punti, nella sfida molto importante contro i Suns, invece, lo spagnolo ha messo a referto 23 punti (sfiorando il suo massimo in carriera di 25) con 5/6 dalla lunga distanza
Portland sta costruendo una squadra per il futuro, e lui ne farà di sicuro parte viste le sue medie stagionali di 10.4 punti, 2.7 rimbalzi e 2.1 assist in soli 25.7 minuti di utilizzo!
Da queste immagini si può intuire anche il perché!
Quando Kevin Pritchard prese in mano la franchigia un paio di anni fa la situazione era nera, anzi nerissima per Portland: era appena passata l’era dei Jail Blazers che riuscirono ad arrivare a un passo dal battere i Lakers del Three-peat ma dando un’immagine non troppo costruttiva di sè, la squadra era stata distrutta, aveva giovani in quantità ma non sapeva come usarli e per concludere il tutto aveva contrattoni pesanti che azzoppavano il salary cap; il risultato ovvio erano gli ultimi posti della conference, 27-55 nel 2004/05, record di 21-61 nel 2005/06 e 32-50 nella stagione 2006/07, poi la lenta risalita con McMillan in panchina a dirigere il tutto.
L’era Pritchard/McMillan quindi, ha portato nuova vita alla squadra e alla sua città, tornata a sognare in grande già la passata stagione quando i giovanissimi Blazers arrivarono a lottare per un posto nei playoff dell’agguerritissima Western Conference! Il record di 41 vinte e 41 perse non permise l’accesso alla post stagione, ma ormai il destino di questa squadra era scritto, e infatti in questa stagione i playoff saranno una certezza visto l’attuale record di 43-26 (62.3%) che concede a Portland, per ora, la sesta posizione.
DRAFT
L’enorme lavoro svolto dal GM ex Spurs si è visto soprattutto nelle scelte al draft, sempre molto attente al bisogno della squadra e inviando gli scout a seguire giocatori che magari venivano considerati meno dalle altre franchigie (tranne che da San Antonio e Oklahoma City creati nella stessa maniera), ma molto utili e funzionali al sistema di coach McMillan. Ecco che allora negli ultimi anni sono stati scelti Martell Webster (6a scelta nel 2005); Tyrus Thomas come 4a l’anno successivo, ma subito scambiato per Lamarcus Aldridge in una grande mossa di mercato e Brandon Roy, ottenuto in uno scambio a tre squadre con Minnesota e Boston; Greg Oden come prima scelta assoluta che la sfortuna e gli infortuni hanno finora bloccato; questa stagione invece è arrivato Bayless in uno scambio con Indiana.
Ma non si possono dimenticare altre trade che hanno portato in Oregon anche Rudy Fernandez, Nicolas Batum, Steve Blake, e hanno liberato spazio salariale.
LEADER
Che il leader della squadra sia Brandon Roy non ci sono dubbi, i palloni che scottano vanno a lui che li sa gestire come un veterano consumato dal primo giorno in cui è approdato in Nba; la sua carriera collegiale a Washington aveva fatto intravedere degli ottimi sprazzi, ma di certo non a questo livello, il giovane ormai è fisso nella squadra dell’Ovest all’All-Star Game, e lo status di stella è ben consolidato negli occhi di tutti (23 punti, 4.6 rimbalzi e 5.1 assist).
FUTURO
Cosa manca per fare dei Blazers una pretendente alle primissime posizione della Western Conference? Intanto serve un playmaker vero e proprio che sappia mettere in ritmo i compagni, gestire i momenti della partita e con esperienza, Blake, Sergio Rodriguez e Bayless non lo sono e il play alla fine delle gare lo fa solitamente Roy, tant’è vero che si parla di trade per tutti 3 in questa estate; sotto canestro la presenza di Oden nelle partite che ha giocato si è fatta sentire ma il ragazzo è giovanissimo e molto incline agli infortuni, probabilmente non gli farebbe male un buon maestro, anche se i miglioramenti in attacco si sono già intravisti, Aldridge invece può dare la pericolosità necessaria col tiro dai 3-4-5 metri anche, ma deve diventare un po’ più interno per essere davvero decisivo. Infine, oltre che per il playmaker, Pritchard dovrà muoversi anche per prendere un’ala piccola di livello, magari con un po’ di esperienza playoff: sul mercato la società potrà mettere molti giovani appetibili e un po’ di spazio salariale a disposizione ci dovrebbe essere.
Una squadra ancora in costruzione quindi, che da quest’anno sarà cliente fissa nei playoff. E attenzione, perché la gioventù di cui è composta potrebbe giocare con la mente sgombra e senza pressione, ed ecco che allora lo sgambetto a qualche squadra più quotata potrebbe anche arrivare.
Contro i Toronto Raptors, Jason Kidd è entrato nuovamente nella storia della Nba grazie all’ennesimo incredibile traguardo raggiunto: ovvero i 10 mila assist in carriera! Solamente altri tre giocatori sono stati capaci di fare meglio di lui, e questi sono l’insuperabile John Stockton con 15806, Mark Jackson con 10334 e Magic Johnson con 10141; gli ultimi due raggiungibili già in questo o nel prossimo anno, per raggiungere Stockton, invece, non ci sono possibilità.
LA CARRIERA
Nel 1994-95 Kidd entra nella Lega con Dallas e fa vedere a tutti fin da subito ciò di cui è capace, diventando Rookie Of the Year; il passaggio a Phoenix coincide anche con il suo miglior periodo come assist-man (due stagioni sopra i 10 di media), ma qui Jason inizia a diventare un giocatore molto particolare, uno dei pochi playmaker capaci di prendere un grandissimo numero di rimbalzi. Nel 2001/2002 passa ai Nets, dove oltre a rimbalzi e assist mette a referto anche le sue migliori cifre per punti segnati (18.7 nel 2002/03) e raggiunge l’apice della sua carriera con due finali Nba perse contro i Lakers di Shaq e Kobe; l’ultimo trasferimento, quello che l’ha riportato l’anno scorso nel Texas a Dallas, è stato visto da molti come la fine della sua splendida carriera, ma se è vero che le sue cifre sono calate, è altrettanto vero che non esistono molti 35enni capaci di fare le cose che fa lui con la palla in mano su un campo da basket!
LE TRIPLE DOPPIE
Oltre a essere il quarto miglior assistman di sempre, Kidd è anche il settimo miglior recuperatore di palloni, sempre settimo per quanto riguarda i tiri da 3 punti segnati, e curiosamente è 71esimo per rimbalzi totali presi, anche se nel quintetto lui dovrebbe essere il playmaker!
Proprio per questa sua caratteristica e abilità a rimbalzo, Kidd è anche terzo nella classifica di triple-doppie messe a segno con ben 101, avendo superato Wilt Chamberlain, e inseguendo Magic Johnson (138) e l’irrangiungibile Oscar Robertson primo con 181!
IL FUTURO
Il contratto in scadenza con Dallas difficilmente verrà rinnovato, o almeno non alle cifre attuali ($21,372,000), Kidd dovrà trovare un’altra squadra in cui portare saggezza, esperienza, difesa e genialità, caratteristica che da sempre lo contraddistingue. Potrebbe essere la mossa giusta per una squadra giovane che sta ricostruendo, in cerca di un giocatore che possa far crescere i compagni mettendoli in ritmo, quindi alla finestra ci sono di sicuro Oklahoma City, che oltre a Westbrook nel ruolo non hanno molto altro, o i Blazers per lo stesso motivo avendo solo Blake e Rodriguez; oppure potrebbe essere la scelta di una squadra da titolo, per fargli fare la riserva di lusso che può cambiare la partita in molte situazioni.
Staremo a vedere a fine stagione cosa succederà, intanto però gustiamoci le magie che è capace di fare con la palla in mano!
E’ alla quarantesima partita della stagione 2005/2006, contro i Boston Celtics in una partita vinta con la tripla allo scadere di Shareef Abdur-Rahim, che la carriera di Darius Miles finisce: un infortunio gravissimo al ginocchio, un paio di operazioni che non sono riuscite a sistemare le cose, ed ecco come la storia cestistica di un atleta può finire.
Ma Miles non è il tipo da tirarsi indietro, non lo è mai stato, fin dall’infanzia problematica, passando per essere stato la terza scelta assoluta più giovane delle storia, poi le tre squadre cambiate (Clippers-Cleveland-Portland), e quindi questa estate ci ha riprovato, è riuscito a rimettersi in forma e ha giocato la summer league.
I Blazers, che sono la squadra con cui Miles è sotto contratto, questa estate fa valutare la sua condizione fisica da un medico specialista, che lo dichiara inabile a tornare a giocare a basket a livello professionistico; la squadra dell’Oregon allora lo comunica alla Lega, così da vedere i 18 milioni di dollari, dovuti al giocatore tra questa e la prossima stagione, decurtati dal salary cap, e il commissioner dà il benestare.
In Summer League, però, Miles trova una chance con Boston, che gli fa giocare sei partite senza poi però tenerlo nel roster quando inizia la stagione; ma il giocatore non molla, e trova un’altra chance con i Memphis Grizzlies, che gli offrono un contratto da 10 giorni una prima volta, facendogli giocare altre due partite. E qui succede il “fattaccio”: vale a dire la lettera di minaccie di andare per via legale, spediata dalla dirigenza dei Blazers verso tutte le altre 29 squadre della Lega, nel caso in cui qualcuno avesse dato la possibilità di giocare altre due partite a Darius, cosa che è avvenuta un paio di giorni fa per mano ancora dei Grizzlies, che hanno deciso di tenere nel loro roster Miles viste alcune assenze a lungo termine.
Può sorgere spontanea, quindi, una domanda: ma perchè Portland ce l’ha tanto con questo giocatore da non volerlo vedere giocare? In realtà tutto il problema è legato a una questione salariale, perché una clausola NBA dice che, se un giocatore viene dichiarato inabile per giocare, lo si possa togliere dal monte salari, ma se questo arriva a giocare almeno 10 partite in una stagione (che queste siano di preseason, stagione regolare o playoffs), allora il suo ingaggio torna a pesare nelle tasche della squadra che lo ha sotto contratto (e in questo caso Portland che l’ha tagliato). I Blazers, quindi, con l’aggiunta di questi 9 milioni, si trovano sopra il tetto salariale e di conseguenza, oltre a essere limitati sul mercato, dovranno anche pagare la cosiddetta Luxury Tax alle altre squadre Nba che sono riuscite a rimanere sotto questo cap, e questa cifra si aggira attorno ai 250 mila dollari per ogni franchigia!
Ecco il perché Portland, per mano dei suoi legali, si è messa a cercare qualche cavillo che possa risolvere questa situazione, almeno per non avere oltre al danno (avere Miles e i suoi 9 mln annui sul groppone per altre due stagioni), anche la beffa (ovvero dover pagare la Luxury Tax).
Ma alla fine di tutta questa storia, a qualcuno sta veramente a cuore la situazione del giocatore? Che chiede solamente la possibilità di avere un’altra chance per far vedere di non essere finito! Anche perchè nella stagione prima dell’infortunio, Miles metteva insieme cifre discrete: 14 punti, quasi 5 rimbalzi, 2 assist, 1 stoppata e 1 palla rubata a sera.